Senza parole

Caro Kimi,
chissà se hai avuto un istante per comprendere la grandezza di ciò che hai fatto, il peso di settantatré anni di attesa e quanti sogni, quante vite e quante mani invisibili ti abbiano accompagnato nell’ultimo rettilineo.
Perché nel tuo Mondiale c’è più del sogno di un bambino diventato realtà: ci sono storie che il tempo non ha cancellato, uomini e donne che hanno dedicato la vita alle corse, sfiorando la gloria e talvolta pagando il prezzo più alto.
E oggi ci piace immaginare che questo traguardo tu non l’abbia attraversato da solo.
Con te c’era Lorenzo Bandini, con il suo coraggio e quel talento immenso che lo hanno accompagnato fino all’ultimo istante.
C’era Elio de Angelis, con la sua eleganza d’altri tempi, quel sorriso gentile e quei sogni che il destino non gli ha lasciato il tempo di realizzare.
C’era Michele Alboreto, con la sua umanità, il cuore grande e quell’amore per le corse che non lo ha mai abbandonato.
C’era Lella Lombardi, che sfidò un mondo che sembrava non avere posto per lei, dimostrando che i sogni non devono chiedere il permesso a nessuno.
E c’era Alex Zanardi, con la sua voglia di vivere e quella forza d’animo che ci ha insegnato a trovare il coraggio di ricominciare, anche quando la vita cambia per sempre.
E insieme a loro c’erano Vittorio Brambilla, Riccardo Patrese, Giancarlo Fisichella e tutti quei piloti italiani che hanno masticato polvere e tenuto viva la nostra storia.

Ph. Finlay Williams / WHYOUT images
Ognuno di loro ha custodito, anche solo per qualche giro, un piccolo pezzo del tuo Mondiale, raccogliendo il testimone da chi era venuto prima e affidandolo a chi sarebbe arrivato dopo, senza lasciare che quella fiammella si spegnesse mai.
Probabilmente, Kimi, non saprai mai quante storie hai portato con te e forse è giusto così, perché tu dovevi soltanto realizzare il tuo sogno, senza sapere che stavi realizzando anche il nostro.
E oggi vorremmo raccontarti cosa significa, quanto abbiamo aspettato, quanto ci sei mancato ancora prima di arrivare.
Ma poi ti guardiamo sorridere, portando con orgoglio quel tricolore sulle spalle, e capiamo che certe emozioni, in fondo, non hanno bisogno di essere spiegate.
E va bene così.