Piero Ferrari: "Hamilton come Schumacher nel 1996? Lo vedo come un segno del destino"

Michael Schumacher, domenica 2 giugno 1996.
Lewis Hamilton, domenica 14 giugno 2026.
Un filo sottile lungo tre decenni unisce i due piloti più vincenti della storia della Formula 1 che, per uno strano gioco del destino, ottengono la loro prima vittoria al volante della Scuderia più gloriosa del Motorsport sulla stessa pista, quella di Barcellona.
Trent’anni separano quei due pomeriggi, eppure il sapore della storia sembra essere lo stesso. Da una parte un giovane Schumacher, che iniziava a costruire il leggendario ciclo in Ferrari destinato a segnare un’epoca; dall’altra Hamilton, arrivato a Maranello da campione già affermato per inseguire una sfida per molti impossibile.
Per questo, e per molto altro, il successo ottenuto ieri dal numero 44 va ben oltre il semplice risultato sportivo. È una vittoria che restituisce entusiasmo, che riaccende le speranze e che riporta la Rossa prepotentemente al centro della scena iridata. Ma soprattutto consente a tutto il popolo ferrarista, oggi come in quel lontano 1996, di alimentare quella fiammella di un sogno rimasto troppo a lungo assopito.
Una coincidenza dal sapore dolce e, allo stesso tempo, malinconico e nostalgico, che per Piero Ferrari – intervenuto ai microfoni del Quotidiano Nazionale – va ben oltre la semplice casualità:
"Io non credo sia una coincidenza il fatto che Hamilton abbia conquistato la sua prima vittoria con la nostra macchina proprio a Barcellona, dove 30 anni fa Schumi inaugurò la sua straordinaria sequenza di successi con la Rossa. Lo leggo como un segno del destino, se non addirittura come un auspicio per il futuro che ci aspetta ".
Un successo, quello ottenuto da Hamilton, che sa di rinascita. Una rinascita che, tuttavia, non sorprende il figlio del Drake, convinto che le difficoltà incontrate in precedenza dal britannico fossero legate tanto alle monoposto a effetto suolo della passata generazione quanto alla mancanza, fino a questo momento, di una vettura realmente competitiva a Maranello:
"Non sono sorpreso dalla rinascita di Hamilton. Era evidente che Lewis non gradiva le vetture a effetto suolo e, in più, non avevamo dato né a lui né a Leclerc una vettura competitiva ".