Patrese: "Antonelli cresce, Russell non ci dorme la notte"

Affermarsi in Formula 1, guadagnando l’ammirazione e il rispetto dei più, non è affatto facile.
D’altronde, finché non comincerai a collezionare successi, ornando di trofei una bacheca ancora spoglia, molti metteranno in dubbio il tuo valore, incapaci di pazientare.
Ma a riuscirci, soffocando le voci di scettici e detrattori, è stato Kimi Antonelli che, firmando a Shanghai il suo primo successo in carriera, ha finalmente offerto una prova inconfutabile della sua forza, che va ben oltre la pura e sola velocità.
Il pilota italiano si è infatti spogliato dell’etichetta di talento acerbo, sconfiggendo il suo compagno di squadra e dimostrando di saper reggere il peso della pressione nei momenti decisivi.
E adesso George Russell, finora probabilmente incapace di vedere nel diciannovenne un avversario realmente pericoloso, dovrà guardarsi le spalle dall’impeto del giovane bolognese, pronto a insidiare la sua corsa al Mondiale.
Ma non solo: un eventuale imporsi di Antonelli ridimensionerebbe anche la posizione "privilegiata" che George, in virtù della sua ormai consolidata esperienza in Mercedes, sente di ricoprire nel team.
Ne è convinto Riccardo Patrese, che, intervistato da Grosvenor Casino, ha tessuto le lodi del numero 12, rievocando i suoi successi nel mondo dei kart come testimonianza della freddezza agonistica di cui ha dato prova, ingrediente fondamentale per aspirare alla corona iridata.
"Dopo le prime due gare, è già lì davanti, vicino a Russell, perché impara molto in fretta. È abituato a gestire la pressione di una lotta per il campionato sin dai tempi del karting, può farlo anche in Formula 1. Sicuramente George Russell non riesce più a dormire, starà pensando a Kimi", ha spiegato Patrese, servendosi di un’immagine piuttosto emblematica per rappresentare quello che potrebbe essere, al momento, lo stato d’animo del numero 63.
"Quando tutti criticavano Antonelli dicendo che era troppo giovane e chiedendosi perché Toto lo avesse scelto, io rispondevo che aveva solo bisogno di tempo. E avevo ragione a dire che dovevamo aspettare almeno un anno per permettergli di adattarsi", ha infine concluso.