Miami, ad Antonelli il titolo di Hammer of the Day

"Dear Mama".
Non serve altro, in un week-end così.
A parte la vittoria – e l’abbraccio di una mamma, di un papà, di una sorella. Kimi vince anche per questo, e non c’è niente di più bello da guardare: scendere dall’abitacolo, stringere colleghi, amici, famiglia, e poi tornare alla vettura – perché un po’ ha vinto anche lei, questo è fuori discussione.
Ma conta poco. E in fondo, anche vincere conta poco, quando intorno a te c’è un mondo come quello di Kimi Antonelli. Più reale che mai.
Più umano e vero che mai.
"Always stay real", cantava 2Pac in Dear Mama, giusto un anno dopo la scomparsa di Ayrton Senna.
E Andrea Kimi Antonelli lo rispecchia con una naturalezza disarmante. In una Miami più colorata che mai, con un tricolore che tingeva il cielo, il ragazzino è rimasto esattamente ciò che è: sé stesso. Correre e sorridere, come sanno fare i ragazzini.
Nessuna paura, solo voglia di divertirsi.
E forse è proprio questo, per il rivale, a fare ancora più male: perché nonostante gli occhi del mondo addosso, i documentari, le voci, i commenti, lui resta integro, con la stessa fame di prima e la stessa leggerezza di sempre.
Il saluto a Messi, gli autografi, la celebrazione senza fine di chi è già campione, già accostato ai veri grandi della storia. Ma sai che c’è? Chi se ne frega dei paragoni. "Io sono Kimi, solo Kimi", come un qualsiasi Harry Potter: già predestinato, eppure sempre e soltanto sé stesso. Con i piedi per terra, il sorriso ingenuo di chi sa che dovrà prendersi tutto, ma con la calma di chi ha davvero il tempo per farlo.
Perché nel 2006 Schumacher aveva già smesso di vincere, Senna riposava da dodici anni, e nasceva un ragazzino che, vent’anni dopo, sarebbe stato paragonato a loro due.
Un paragone ingenuo, gigantesco, quasi insormontabile. Ma non importa.
D’altronde, quando c’è una famiglia così – sempre lì, sempre vera – tutto il resto conta poco.
O forse conta tutto.
Ingenuamente bravo, Kimi.