Il Pagellone del Gran Premio d’Ungheria

Ungheria. Un Paese che parla una lingua senza parenti, come se avesse deciso di restare ostinatamente se stesso mentre tutto il resto d’Europa imparava a somigliarsi. Budapest è il Danubio, i ponti, i palazzi imperiali e le terme. Poi, una trentina di chilometri più in là, c’è l’Hungaroring.
Un circuito che non urla, soffoca. Qui i rettilinei durano il tempo di un sospiro e le curve si rincorrono come le parole in un litigio di coppia. Qui sorpassare è complicato quanto trovare un tassista ungherese disposto a parlare italiano, e il caldo di fine luglio trasforma ogni abitacolo in una sauna magiara.
È l’ultimo ballo prima delle ferie. Poi il paddock chiuderà i battenti, la Formula 1 abbasserà le serrande, in attesa di tornare a ruggire tra le dune di Zandvoort. Buone vacanze a tutti.
Questo è il Pagellone di Hammer Time.
Mercedes, voto 7: Tempo di reazione al semaforo: caffellatte e croissant. Per il Giorgino continuano le magagne elettroniche di Spa-Francorchamps, argomento per il quale non sembra aver ancora elaborato il lutto. Del resto la fortuna, a Silverstone, lo aveva baciato. È sempre più evidente che fosse un bacio d’addio.
Antonelli invece, mette insieme un’altra gara di testa. Dal muretto le provano davvero tutte per dargli una mano: strategie alternative, finestre di pit-stop aperte e richiuse come persiane in pieno agosto, un pizzico di fantasia e persino qualche generoso centimetro oltre i limiti della pista. Ma stavolta la W17 non ne voleva sapere di andare oltre quello che aveva. Il resto è tutto bicarbonato: Kimi continua a raccogliere punti senza fare chiasso e, guardandosi alle spalle, vede il mondo allontanarsi sempre di più. Altro che pacchetto d’aggiornamenti, per raggiungerlo servirà un binocolo.
Ferrari, voto 5: Le volte in cui, alla vigilia, la Ferrari avrebbe dovuto stravincere ormai sono seconde soltanto alle numerosissime vittorie di Trump contro l’Iran. Il venerdì, lo ammetto, per un attimo ho temuto il meglio: la SF‑26 sembrava averne decisamente più della concorrenza, ma poi la domenica buonanotte e sogni d’oro. Ritmo a corrente alternata e una strategia talmente criptica che, per capirla, mi sono dovuto collegare alla pagina 777 del Televideo.
Quanto al Sir, certi di non farlo arrabbiare – visto il ricco repertorio, il bottino, il talento e tutto il resto – un piccolo appunto possiamo concedercelo: ultimamente di penalità ne sta collezionando un po’ troppe. E questa, francamente, era una di quelle che si poteva evitare.

McLaren, voto 9: Norris si stava trasformando nel Jalisse della Formula 1: dopo il grande trionfo non l’aveva più visto nessuno. A Budapest, però, rieccolo. E bravi gli inglesi, che impartiscono a Maranello una lezione piuttosto elementare su cosa significhi fare le cose con criterio. Vettura in bolla, strategia impeccabile e guida da Champ confezionano una prestazione d’argenteria che il resto della compagnia farebbe bene a prendere molto sommessamente sul serio.
Piastri, dopo una partenza a razzo, mette dentro marce ridotte. Infine ci si mette anche la tecnica a chiudere il sipario in anticipo, lasciandogli in mano soltanto una domenica da dimenticare. Capita – a lui in particolare. La vera domanda, adesso, è un’altra: la McLaren riuscirà a tenere questo filo fino alla fine della stagione, oppure assisteremo all’ennesimo saliscendi? Perché, se continua così, c’è poco da scherzare.

Red Bull, voto 7: Se esistesse un corso di sopravvivenza per leoni, il docente sarebbe Max Verstappen. In qualifica combina una sciocchezza a fondo perduto – segno che, in fin dei conti, non è fatto di ferro nemmeno lui. Alla domenica, invece, la solita ira di Dio: l’olandesino non molla nemmeno un lecca-lecca pur avendone le ceste piene. E il sorpasso su Hamilton? Più che una staccata, un trasloco: è partito da un altro codice postale. Bravo, bravo, bravo.
Haas, voto 3: Che si volga lo sguardo a Buda o che si volga lo sguardo a Pest, la situazione resta un disastro. Pensate che, prima di conoscere Bearman, il salice piangente rideva di gusto. E quando si è girato da solo come un baccalà? Mamma mia, ammetto che lì ho avuto la stessa reazione di Dracula al sorgere del sole. Il talento non si discute, ma ultimamente la svogliatezza lo marca a uomo peggio di Gentile con Maradona. Dai, ragazzo, stringi i denti: è ora di tornare all’Haassalto.
Alpine, voto 5: Ma come, proprio qui, nella terra marchiata a fuoco da Ocon nel 2021, mi rimanete imbalsamati fuori dai punti? C’è chi sostiene che l’A526 renda al meglio quando fa freddo. Può anche essere. Il problema è che non possiamo mica spostare il Mondiale a Cortina, con Jerry Calà al piano bar che attacca Maracaibo tra un bombardino e l’altro. Tocca adeguarsi. Perché se un’altra cliente Mercedes vola e voi restate inchiodati al marciapiede, forse il problema non è il termometro.
Audi, voto 7: Una P9 per Hulk che, dopo le recenti indiscrezioni, sa tanto di piccolo riscatto. Si dice abbia talmente paura che gli rubino il sedile per il prossimo anno che, ogni volta che rientra ai box, prima spegne il motore e poi monta il bloccasterzo. Prudenza tedesca. E a ben guardare, restare in Audi sembra una scelta tutt’altro che sbagliata. La crescita è lenta, certo, ma costante, e nel paddock ci sono parecchi piloti inchiostrati dentro progetti che hanno già mostrato il proprio soffitto prestazionale. Da quelle parti, invece, il soffitto lo stanno ancora costruendo. E quando arriverà il 2028, quel sedile potrebbe fare gola a molti più colleghi di quanti oggi siano disposti ad ammetterlo.
Racing Bulls, voto 7: Alla cortese attenzione del Presidente Stefano Domenicali. Per il 2027 avrei una proposta semplice semplice: aumentiamo le vetture di Racing Bulls da 2 a 24. A Budapest, dove il sorpassometro segna linea piatta, sono riusciti comunque a trasformare ogni giro in una questione personale. A Faenza devono aver trovato una sorgente d’acqua miracolosa, perché quella macchina vive di una grinta che il resto della griglia si sogna. Se possibile, ordinate qualche damigiana anche per gli avversari.
Williams, voto 3: Il vecchio Carlitos non sta più nella pelle, e la faccenda comincia a non giovargli. Capisco la frustrazione lunga mezza carriera, ma qui tocca fare giudizio, perché ultimamente il rischio di vedersi ritirare la patente per guida in stato confusionale inizia a diventare concreto. Per uno che percepisce uno stipendio pari al debito pubblico della Grecia, ci si aspetterebbe qualcosa di più: non tanto un miracolo, quanto almeno una domenica senza polemiche e con qualche sorpasso da raccontare.

Aston Martin, voto 7: Vettura B? Quando hanno iniziato a parlarne ero scettico quanto Giuseppe davanti al celebre "Ma no, non è tuo, è dello Spirito Santo". E invece, oh, mica male. Certo, questo aggiornamento non è la ventiquattrore di Pulp Fiction, però per la prima volta dopo mesi ci lascia annusare il profumo dei punti. E, visto da dove si partiva, non è affatto poco.
Adesso la palla passa ai giapponesi di Honda. Il telaio sembra finalmente aver imboccato la strada giusta, ma anche la power unit ha bisogno di una bella sgrassata. Una proposta, umilmente, ce l’avrei: come primo aggiornamento per il motore, proviamo a metterci della benzina al posto della salsa teriyaki.

Cadillac, voto 3: Quindicesimo giro per Bottas, cinquantunesimo per Perez: ferie anticipate, rigorosamente autorizzate dalla badante. Del resto, quando la macchina va così piano, tanto vale evitare il traffico dell’ultimo giorno di lavoro. Adesso i due passeggiano per Budapest a caccia di bei sorrisi, che da quelle parti, mi dicono, abbondano. In pista, invece, continuano a cercare i decimi: se li trovate, consegnateli agli oggetti smarriti.