Il Pagellone del Gran Premio di Monaco

Monaco. La terra degli abbronzati a novembre, dei Ray-Ban indossati al chiuso, dei cagnolini che viaggiano in prima classe mentre il pilota va in economy. Il luogo dove l’ultima persona genuinamente semplice passata di lì è stata scortata fuori a colpi di diadema.
Mesdames et messieurs, faites vos jeux.
La Formula 1 torna su questo fazzoletto di asfalto a fare quello che sa fare meglio: girare in processione cercando disperatamente qualcuno da sorpassare. Monaco è il posto dove la strategia vale più del talento, dove la pole vale una vittoria e dove un muretto sbagliato al Portier può mandarti a casa con un costo di riparazioni paragonabile a quello di una suite.
Tutto è dorato, tutto è lustro. E noi siamo qui, con i voti, a dire la verità in un posto dove la verità non è mai stata di moda.
Les jeux sont faits. Rien ne va plus.
Mercedes, voto 8: Se al casinò il piatto piange, perlomeno fa compagnia a George Russell. Sì, perché gli italiani, si sa, sono brava gente, ma dopo il quinto scappellotto d’autore rifilato all’inglese, si entra nel campo del sadismo sportivo. Kimi domina il Gran Premio con la tranquillità di chi ha già letto il finale del libro, mentre Russell vive l’ennesima domenica da internamento in manicomio: penalità, fuori dai punti e tanti saluti alla classifica.
Ferrari, voto 7: Una gara da Via Crucis per il beniamino di casa. Il Carletto Nazionale resta alla roulette a osservare questo gran giramento di palline, con la sensazione che il numero vincente esca sempre sul tavolo degli altri. In gara sgobba, lotta, prova a raddrizzare il fine settimana, ma l’ultima curva arriva come un macigno sulle ambizioni di chi ha appena firmato un rinnovo pluriennale con l’autoflagellazione.

Quanto al contorno mondano, Monaco ha offerto il consueto spettacolo. Si è presentata anche Kim Kardashian con la sobrietà di un dittatore mediorientale, scortata da una piccola armata di guardie del corpo. A Monte-Carlo. Dove buona parte degli abitanti è più ricca di lei e dove il reato più efferato degli ultimi dieci anni è stato servire lo champagne a temperatura ambiente. Immagino che di questo passo, per il GP del Brasile, sfrutterà il supporto logistico della NATO.
McLaren, voto 5: Soggiorno nel Principato? Proibitivo. Molto meglio caricare le valigie e optare per una più comoda, pragmatica e ligure sistemazione a Bordighera. Altro che yacht, ostriche e champagne: vuoi mettere la poesia di una bella focaccia al pesto, calda al punto giusto, mangiata rigorosamente a passeggio sul lungomare? La vera sfida del week-end, per loro, è stata non sbrodolarsi la divisa. Competizione assente, ma digestione da Campioni del Mondo. Applausi scroscianti.
Red Bull, voto 7: Un equilibrismo d’alta nobiltà in qualifica, vanificato da una batteria più capricciosa di una diva del cinema. Peccato, perché la presenza dell’olandesino avrebbe reso il tutto molto più frizzante.
In compenso Hadjar ha messo d’accordo tutti. E non era scontato. In Red Bull sono talmente poco abituati ad avere due piloti competitivi che, quando l’hanno visto nelle posizioni che contano, hanno dovuto aprire gli archivi per capire chi fosse. Per mesi l’hanno chiamato semplicemente Quell’Altro. Sul podio, pare che lo abbiano riconosciuto solo dopo averlo confrontato con la foto della patente. Del resto, negli ultimi anni i risultati arrivavano così spesso da una sola parte del box che qualcuno era convinto che il secondo lato servisse soltanto come ripostiglio.
Haas, voto 6: La sensazione per Bearman dev’essere come quando ti trovi con la spesa imbustata alla cassa del supermercato, inserisci il bancomat e hai un vuoto cosmico sui numeri del pin. In prova il problema è evidente, in gara rimane un mistero – il che, in un certo senso, è ancora più frustrante. Ollie arranca, non si trova, chiude fuori dai punti con l’espressione di chi ha fatto la spesa ma non può pagarla.
Nel frattempo Ocon porta a casa due punti. Strano duo, questi due: uno che non ricorda il pin, l’altro che il portafoglio lo perde di continuo ma stavolta – alleluia – era in tasca. Si goda il momento, che non si sa mai.
Alpine, voto 9: Per Gasly una flebo di sangue blu. Che gara. Che guida. Ha tirato fuori un sessantotto su una pista così, un vero circuito bonsai dove le spalle grosse si fanno sentire eccome.
Peccato davvero per la penalità, perché qui non si parlava di raccattare qualche punto: si trattava di onorare una rara occasione da podio, di quelle che in Alpine non passano tutti i fine settimana. In ogni caso, chapeau, mon frère. Quando guida così, viene quasi da chiedersi se sotto il casco non ci sia un moschettiere.
Audi, voto 4: Bello il ricordo a Tazio Nuvolari, soprattutto per un amante della storia come il sottoscritto. Però, ragazzi, la prossima volta evitiamo le grafiche da Canva Free. In pista, poi, sono passati inosservati con una dedizione quasi commovente. Al venerdì hanno portato un’ala nuova, ma la sensazione era quella di uno che lucida le maniglie del Titanic mentre l’acqua entra già dai boccaporti.
Pochi squilli, poca presenza, poco di tutto. A fine gara ci si ricordava più facilmente della livrea celebrativa che della corsa. E questo, per una squadra ufficiale, non è mai un gran segnale.

Racing Bulls, voto 9: Attraversano un Gran Premio fatto di Safety Car, badiere rosse, asfalto che si sgretola e penalità distribuite con la generosità di un prete alla comunione. Loro, invece, fischiettano Sarà perché ti amo dei Ricchi e Poveri. E visto il luogo, si ascoltava soprattutto la versione dei Ricchi.
P5 e P6, una vagonata di punti e una gara fuori dai guai, che in un pomeriggio del genere equivale quasi a una forma d’arte. Niente drammi, niente sportellate inutili, niente colpi di genio al contrario: solo concretezza e un risultato che vale oro. A volte il segreto non è essere i più veloci. È restare lucidi mentre tutti gli altri stanno dando fuoco alle tende.

Williams, voto 7: Dita negli occhi, gomitate nel costato, parrucche che saltano, nasi che si accartocciano e un generale scroscio di sganassoni da far impallidire una taverna gallica. La gara della Williams è stata paragonabile a una rissa a fumetti di Asterix e Obelix: mancavano solo le stelline sopra la testa e qualcuno appeso a un ramo.
Sainz si ritrova infilato in un incastro che nemmeno Piero Bartezzaghi nei giorni migliori. Prova a uscirne, si agita, si contorce, ma alla fine deve alzare bandiera bianca. Dall’altra parte del box, invece, Albon tiene la testa sulle spalle, evita il grosso della grandinata e porta a Grove una preziosa P8. In una giornata così, non è affatto poco.
Aston Martin, voto 7: Motore carente, d’accordo. Però il telaio, oh, è di Adrian Newey. Sì, diglielo a Fernando Alonso. 78 giri di frullate a bordo dell’Aston Martin, tra sottosterzo, rimbalzi e ogni genere di esperienza mistica consentita dal regolamento tecnico. È sceso dalla macchina che aveva la r del topo Parmareggio, lo sguardo perso e la postura di uno che ha appena attraversato l’Atlantico dentro una lavatrice. Intanto, però, un punto grande come un palazzo. E bravo il vecchietto.
Lance invece ha scelto una strada più diretta. Ha visto il muro, l’ha studiato, l’ha valutato e deve aver pensato che fosse il modo più rapido per chiudere la giornata. Qualcuno sostiene abbia tentato di fregare l’assicurazione. Noi non ci permetteremmo mai di confermarlo. Però nemmeno di escluderlo.
Cadillac, voto 7: Alè, oh-oh. Alè, oh-oh. Fan del chili, accorrete e insorgete, perché ce ne siamo accorti tutti. No, dico: erano punti per la Cady, almeno per un’oretta. Adesso però basta con questi sabotaggi, questi complotti, queste oscure macchinazioni. Perché la Cady, in ottica Mondiale, ha sempre fatto paura. La velocità c’è. È lì. Si percepisce. È già pronta una lettera indirizzata alla FIA, alle Nazioni Unite, alla Corte di Giustizia e alla bocciofila frequentata da Valtteri Bottas, affinché qualcuno faccia finalmente luce sulla questione. Perché oggi è arrivata la chance. Domani, chissà. Magari il podio. Dopodomani il Titolo. E a quel punto vogliamo vedere le facce di chi rideva.