Il Pagellone del Gran Premio di Gran Bretagna

Silverstone. Un luogo che non appartiene soltanto alla Formula 1, ma alla sua mitologia. Qui non ci sono palme, yacht o montagne a fare da cornice. Ci sono prati sconfinati, cielo basso, nuvole capricciose e quell’aria inglese che sa essere malinconica anche in piena estate. È il tempio del Motorsport britannico, nato da un vecchio aeroporto militare e trasformato col tempo in una delle cattedrali della velocità.
Da queste parti la Formula 1 respira un’aria diversa. Si passa da Copse a Maggotts, da Becketts a Stowe come se fossero capitoli di un romanzo cavalleresco, nomi pronunciati con rispetto quasi religioso da piloti, ingegneri e appassionati.
Silverstone è la patria dei tifosi rumorosi, delle bandiere al vento, dei prati trasformati in campeggi e delle domeniche in cui il sole e la pioggia sembrano darsi appuntamento nello stesso pomeriggio.
E se Monza è il cuore, Silverstone resta probabilmente il battito.
Questo è il Pagellone di Hammer Time.
Mercedes, voto 7: La fortuna aiuta gli audaci, ma col Giorgino sembra aver fatto proprio un’eccezione. Prestazione in do minore la sua, premiata però da un buon vento da parte della sorte: 18 punti guadagnati su un compagno di squadra piuttosto rognato, che dall’altra parte del box prova invece a stringere i denti fino alla fine con una Mercedes più imbizzarrita del Generale Lee di Hazzard. Certo, a Brackley dovranno iniziare a mettere una pezza a questi inconvenienti tecnici: la vettura è eccezionale, ma per portarla integra al traguardo, anziché un pilota, sembra più necessario un esorcista.

Ferrari, voto 8: Non gli stava nel casco il sorriso! Bravo Carletto, che porta a casa una vittoria costruita con le unghie e con i denti, senza avere tra le mani la monoposto più felice del lotto – ma ormai questa, a Maranello, è quasi una tradizione di famiglia. Un canto libero di battistiana memoria, di quelli che arrivano in un periodo amaro come il cacao e ricordano a tutti che, quando il monegasco è in bolla, riesce ancora a trascinare la Ferrari oltre i propri limiti.
A spellarsi le mani dagli applausi c’era anche un sempre grintoso Little John, spaesato come Enzo Miccio alla Cinghialata di Zompicchia. Eppure, alla domanda più scomoda – "Possiamo parlare di Mondiale?" – ha risposto con un sorriso di gesso che era tutto un programma. Del resto sappiamo bene che una rondine non fa primavera e che, prima di parlare di Titolo, serviranno molte altre domeniche come questa.

McLaren, voto 5: Dicono che la realtà superi sempre la fantasia, ma a Silverstone ad essere superata è stata soprattutto la McLaren. Nulla può il verde speranza della livrea celebrativa, capace di consegnare ai tifosi appena una medaglia di legno, peraltro conquistata con una discreta dose di benevolenza da parte della sorte. La MCL40 non è mai sembrata realmente in partita: né veloce, né incisiva, né abbastanza brillante da impensierire chi le stava davanti. E così persino la proverbiale concretezza di Norris finisce sotto chiave, custodita come lo zafferano al supermercato. Il pilota c’è, la squadra pure, ma ultimamente il Papaya assomiglia più a una spremuta annacquata che a un succo concentrato.
Red Bull, voto 6: Verstappen, si sa, è uno che trova sempre l’ago nel pagliaio, infila le chiavette USB al primo tentativo e riesce persino a montare i mobili IKEA senza avanzare alcuna vite. Però, se la Red Bull gli toglie le ali, il risultato è che la vettura lo spara fuori come un pomodorino quando addenti una bruschetta troppo generosa. Peccato, perché fino a quel momento l’impresa aveva contorni quasi erculei.
Di tutto ciò beneficia Hadjar, che stavolta piazza uno scacco al Re e porta a casa un risultato pesante, confermandosi uno di quei piloti che non fanno rumore ma continuano ostinatamente a comparire nelle posizioni che contano. E mentre Max raccoglie i cocci di una domenica amara, il francese si gode il momento con la serenità di chi, a inizio stagione, era considerato poco più di una comparsa. Bravo, bravo, bravo.

Haas, voto 3: Bearman è in un periodo così difficile, che quando taglia una cipolla piange lei. Lui e Ocon, a quanto pare, sono ancora seduti in un pub di Northampton a tracannare pinte con un gruppo di allevatori scozzesi, intenti a spiegare i vantaggi della pastorizia rispetto alla Formula 1. Pare abbiano già promesso vitto, alloggio, un cane da gregge e un maglione di lana a quadrettoni. E, visti gli ultimi risultati, l’offerta ha un non so che di invitante.
Alpine, voto 7: Oh, ditelo agli amici, svegliate la nonna: che rimonta per Colapinto. Il giovanotto partiva dalla stanza più remota della torre più alta e, giro dopo giro, è riuscito a risalire la corrente fino a precedere persino Gasly, che in squadra resta ancora il metro di paragone. All’argentino va dunque il premio Verstappen dei poveri: non sarà il principe azzurro della Formula 1, ma questo risultato può tranquillamente appenderlo sopra il tinello di casa, tra la foto della comunione e il calendario del salumiere.
Audi, voto 7: P8, baby. Un ritorno in ghingheri per Gabrielito, che si sbatte come un dannato e qualcosa porta a casa. Un pensiero va a quelli come lui: gente con ambizioni da attico vista mare e classifiche da bilocale in periferia. La vita è dura, il motorsport ancora di più.

Racing Bulls, voto 9: La VCARB 03 è una vettura ibrida, nel senso che sembra nata dall’accoppiamento clandestino tra un carro armato M1 Abrams e una RB22. A differenza della sorella maggiore non tentenna, non filosofeggia, non si perde in crisi esistenziali: aggredisce. Aggredisce sempre. Non va a benzina ad alto numero di ottani, ma a pura speranza: quella di ogni ragazzino cresciuto nel girone infernale targato Red Bull, dove o vinci subito oppure finisci a commentare le gare dal divano. In pista i due torelli si comportano come Sandra e Raimondo: si beccano, si punzecchiano, si fanno i dispetti. Ma alla fine il risultato arriva puntuale come la bolletta della luce, e ormai questa consistenza non è più una sorpresa: è un’abitudine. Che squadra.
Williams, voto 2: Mi mancano le parole, figuriamoci i voti. Quella della Williams è stata probabilmente la prestazione più imbarazzante del week-end, quasi più dell’esibizione a tinte colonialiste andata in scena nel pre Sprint Race. Per Albon 6 pit-stop, uno dei quali durato ben 13 secondi, il tempo necessario per compilare un modulo alla motorizzazione. Per Sainz addirittura una penalità di un giro, roba che ormai mancava solo la retrocessione in Serie B.
Da Grove arrivano aggiornamenti – peso netto risparmiato nell’ala anteriore: 3 kg sgocciolati, come le olive – ma l’effetto in pista è stato quello di una tisana contro un incendio boschivo. E poi c’è Carlitos, che non riconosco più. Si è fatto annusare dal suo cane e anche lui ha mostrato qualche perplessità. Ci vorrebbe un tonico, non so: una paella, due fette di prosciuttino. Dai, Matador, reagisci.
Aston Martin, voto 3: Siamo tutti in trepidante attesa degli aggiornamenti ungheresi. Non so voi, ma io ho fiducia: ho visto Newey scrivere come un ossesso sul suo taccuino. Mi sono avvicinato e l’ho trovato chino su uno schema piuttosto familiare: "12 orizzontale, sette lettere: verde, lenta, non arriva mai in tempo". Io ho suggerito "lumaca". Lui ha scritto "Aston Martin". Le caselle non tornavano, ma lui è andato a capo e tanti saluti.
Vediamo anche come si muoverà Honda con l’ADUO, perché non voglio credere che un popolo che si è beccato sulla zucca ben due atomiche possa arrendersi così. Intanto hanno messo una pezza a un problema gravoso: per ovviare al fatto che la vettura non sterza, i tecnici hanno sostituito il sedile del pilota con un sellino da Motomondiale, così da permettere uno stile di guida più "di corpo" nelle curve. Peccato che la monoposto tendesse paurosamente verso la ghiaia: si è poi scoperto che il sellino era quello di Joan Mir.
Cadillac, voto 250: 250, sì. Come le vittorie Ferrari? Ma chi se ne importa di Ferrari: qui si festeggia il quarto di millennio della Grande Madre Patria, per la quale hanno pepsizzato la livrea. E se questa deve essere la squadra incaricata di rappresentare l’orgoglio a stelle e strisce nel 2026, forse è il caso di rileggere la Costituzione. O almeno il regolamento tecnico.
Prosegue intanto il calvario prestazionale del finnico Valtteri. Sempre dietro al compagno, lento in qualifica, in gara va talmente piano che è l’unico pilota autorizzato a circolare senza casco. Capivo quando finiva dietro a Hamilton, ma Perez…