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Il Pagellone

Il Pagellone del Gran Premio di Barcellona

By Pasquale Panarelli15 giugno 2026
Il Pagellone del Gran Premio di Barcellona

Barcellona. Che sia per un Gran Premio, per una vacanza o per una decisione presa con scarso senso dell’autoconservazione, la Spagna pare sempre una buona idea.

Paese di navigatori, conquistadores e soprattutto di gente che guarda un edificio perfettamente normale e pensa: "Sì, però incliniamolo un po’, mettiamoci tre guglie, un drago e una finestra a forma di carciofo". Da queste parti l’architettura non è una disciplina: è un episodio psicotico collettivo durato secoli.

Dal 1991 la Formula 1 corre qui in Catalogna, su una pista che non regala nulla a nessuno: se la macchina va forte, lo dimostra. Se va piano, pure. Niente yacht, niente casinò. Solo sole, asfalto e ventidue piloti pronti a complicarsi la vita.

Questo è il Pagellone di Hammer Time.

Mercedes, voto 7: Al Giorgino hanno dovuto togliere tutto. Prima il parcheggio, poi il tavolo della colazione, quindi il portafoglio in metropolitana. Infine gli hanno portato via anche la vittoria. La pole era sua, la gara sembrava sua, il momento era quello giusto per ridare grinta dopo mesi sghembi. Invece il destino gli ha lasciato soltanto un secondo posto e la sensazione di essere stato derubato con metodo. Per l’inglese, tempi durissimi.

Ad Antonelli, invece, KO tecnico. Normale amministrazione: cose che capitano. Nel frattempo il secondo in classifica si riprende 25 punti in un colpo solo. E allora nasce il dilemma: se la Ferrari fosse davvero della partita da qui a fine anno, cosa scegliereste? Un campioncino italiano fresco di conio o una Ferrari iridata? Sì, lo so, è come chiedere a chi vuoi più bene: a papà o a mammà?

Ferrari, voto 9: Strategia impeccabile, guida perfetta e quel pizzico di fortuna che, ogni tanto, bisogna anche meritarsi. Bellissimo il team radio con l’accento da Stanlio e Ollio, molto meno la cuffietta sul podio che lo faceva sembrare un rapinatore sudamericano in trasferta. Il ragazzo deve maturare, dicevamo. E oggi ha regalato una bella botta di vita a chi vede rosso. Bravo, Luigino. Bel lavoro.

Dall’altra parte del box, dopo l’inciampo del Principato, sulla vettura numero 16 hanno aggiornato l’impianto frenante: dai freni a tamburo si è finalmente passati ai freni a disco. Purtroppo il problema non era solo quello. Già, perché cos’è capitato in gara è un peccato. Cos’ha combinato in qualifica è evidente. E vedere Leclerc così spento e affaticato, dopo averlo visto trascinare la Ferrari per mesi, fa quasi più male del risultato stesso. Forza, vogare per credere.

McLaren, voto 7: Mentre il compagno di squadra dipingeva un podio tutto lord e sir, Piastri è scomparso alla partenza assieme alle luci del semaforo. Ormai vederlo dietro, ingrigito e senza mordente è diventata una di quelle istituzioni eterne: come la Pasqua, il Natale o il pistacchio di Bronte.

Qui tocca urgentemente far giudizio, perché in McLaren i sedili sono ambiti e la concorrenza non manca. Un giovane Fornaroli, per esempio, si sta costruendo una reputazione da rapace: veloce, brillante e con quella fastidiosa abitudine di stupire ogni qual volta gli si offra l’occasione. Nessuno dice che il posto sia a rischio. Però, ecco, magari una sveglia sul comodino iniziamo a metterla.

Red Bull, voto 6: Per Hadjar, partenza da manuale se il manuale s’intitolasse "sbagliare bene, sbagliare tutto". Un avvio da dimenticare che ha complicato immediatamente una domenica già poco generosa. Sia lui che Verstappen faticano e sgobbano, ma senza gli strumenti per stupire, godere e consolare. La macchina non offre molto e il cronometro è impietoso. Visto il distacco rimediato – specialmente dal francese – questa sufficienza è quasi un atto caritatevole.

Haas, voto 3: Ma chi gliel’ha fatta la strategia a Bearman? Saw l’Enigmista? Media, hard, soft: ogni pit sembrava estratto dal sacchetto della tombola. Quaterna!

E dire che proprio nel giorno in cui il Cavallino si è trasformato in un purosangue, gli strateghi di Gene Haas riescono nell’impresa di vivisezionare un possibile arrivo a punti. Quando i piloti sono rientrati al box, giurerei di aver visto Ayao Komatsu scappare a tutta velocità dall’uscita sul retro. E, tra l’altro, ha fatto segnare anche il miglior settore del fine settimana. Che disastro.

Alpine, voto 7: Risultato bello vispo per Gasly e Colapinto. Alcuni dicono che siano arrivati in P7 e P10, ma il risultato definitivo si scoprirà in dieci comode rate. Ormai, sapete, con la FIA va di moda così. Quanto all’argentino, anche questa volta l’esame è superato. Del resto la Spagna non è affatto un Paese per lenti, e lui ha risposto presente quando contava. Manca ancora qualche svolazzo per dimostrare definitivamente di meritarsi quel sedile, anche se a volte sembra proprio un mulo di talento.

Audi, voto 4: La R26 trattiene con la velocità un rapporto isterico. In qualifica è tutta nacchere, sangria e grandi promesse: ti guarda negli occhi e ti fa credere che questa volta sarà diverso. Poi arriva la domenica e diventa un chitarrista solitario sotto un balcone vuoto. Sul dritto niente da dire: viaggia come un AVE Madrid-Barcellona. Peccato che i rettilinei siano spesso intervallati da qualche curva.

Bortoleto trascorre il pomeriggio affacciato al terrazzino a osservare la vita che passa, mentre l’intramontabile Hulk viene eliminato da un sasso. Da un sasso. Una sfortuna così assurda che, al confronto, Paperoga e Lupo Alberto sembrano nati con la camicia. Quando la dea bendata distribuisce i numeri, a Nico scappa sempre la pipì.

Racing Bulls, voto 8: Piccoli passi – come diceva Cavour – per i faentini di casa Red Bull. A inizio stagione ero convinto che a Lindblad sarebbero bastate poche gare per imporsi sul compagno di squadra. Invece Lawson, zitto zitto, si è costruito una stagione più che dignitosa e continua a portare a casa risultati con una regolarità che merita rispetto.

Eppure il suo futuro resta nebuloso. In Formula 2 c’è già la fila per il suo sedile: ogni sei mesi in Red Bull nasce un nuovo predestinato. Lawson assomiglia un po’ al figlio di mezzo: non fa grandi danni, prende bei voti, apparecchia la tavola e si comporta bene. Però i genitori parlano sempre del fratellino appena arrivato.

Williams, voto 3: Una gara noiosa come un talk show in prima serata. E a questo punto la domanda sorge spontanea: ma cosa fanno ‘sti due il sabato sera? Burraco? Tressette? Monopoly? Qualcuno li metta a nanna sul presto, o meglio ancora li tenga svegli tutta la notte: magari arrivano al Gran Premio un po’ più irrequieti e succede qualcosa. Così, giusto per vedere se sono vivi.

Aston Martin, voto 2: Mi piange il cuore vedere un Fernando così, soprattutto in quella che potrebbe essere la sua ultima Catalogna. La prestazione è stata talmente mesta che più che Barcellona sembrava Barcellina, percorsa a bordo di una tartarugona verde con l’entusiasmo di un impiegato al rientro dalle ferie. Ultimo in qualifica, in gara fa quello che può, ma il risultato è una lenta processione verso il nulla.

Newey? Ci sei? No, non risponde nessuno.

Cadillac, voto 2: Dopo il quasi-punto dell’episodio precedente, qui soltanto un sordo cicaleggio. La Cady torna alle sue abitudini e sparisce dai radar con una puntualità quasi commovente.

Quanto al Sergione, risulta disperso nel trasferimento tra Monte-Carlo e Barcellona. Qualcuno giura di averlo visto in spiaggia, altri sostengono fosse imbambolato davanti alla Sagrada Família, vitreo, con la bocca spalancata a contemplare le guglie di Gaudí. Perché? Sindrome di Stendhal. Ogni tanto capita, a lui particolarmente.

FIA, voto 0: Il risultato tardivo di Monaco mi ha lasciato così, con le braccia aperte come in croce.

Un dispiacere vedere la Formula 1, una delle ultime fiere dell’ingegneria automobilistica occidentale, ostaggio di decisioni che troppo spesso sono tardive, con criteri non sempre facili da comprendere dall’esterno.

Una Federazione che dà talvolta l’impressione di essere inflessibile con alcuni e sorprendentemente elastica con altri, alimentando polemiche che lo sport non avrebbe bisogno di creare da solo. La credibilità di una competizione si misura anche nella chiarezza delle sue regole e nella rapidità con cui vengono applicate. Su questo fronte, tifosi, squadre e addetti ai lavori meritano qualcosa di meglio.

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