Il Pagellone del Gran Premio del Messico

Città del Messico. L’Hotel Supramonte della Formula 1, 2200 metri sopra il livello del mare, dove l’aria si fa sottile come una confidenza e i freni imparano a respirare a sorsi. L’Autodromo Hermanos Rodríguez è un luogo strano, sospeso tra la frenesia di una metropoli popolatissima e una certa malinconia d’alta quota. Intorno, il Foro Sol ribolle di mariachi, colori e teschi in technicolor, mentre la città si sfoga nel Día de Muertos, una festa in cui persino gli argomenti più seri smettono di fare la morale e si mettono a danzare.
Questo è il Pagellone di Hammer Time.
Mercedes, voto 8: Oggi tutti a parlarne. Un conoscente, deluso consumatore di calcio e atavico tifoso della vittoria – tanto da essersi convertito al tennis soltanto perché lì, almeno, gli italiani vincono – mi ha rivolto un sagace occhiolino: "Oh, l’hai visto Miki?". Ebbene, proprio per questo parlerò dell’altra faccia della medaglia.
Dopo il minuto di silenzio che Russell si è beccato in Texas, in Messico nessuna resurrezione. Pensare che lo scorso anno viaggiava in prima classe, sorseggiando Martini con Toto Wolff e altri potenti e discutendo con distacco di finanza internazionale. Quest’anno invece ha raggiunto il circuito in un mostruoso treno merci. L’albergo? Una cella di tre metri per due con brandina, inginocchiatoio e sbarre alle finestre. Da lì, cena in refettorio: orzo bollito e mela cotta. Pensare che fino a ieri, a Brackley, non si cominciava una riunione senza di lui. Adesso non lo aspettano neppure per le foto di gruppo.

Ferrari, voto 6: Alla Ferrari serpeggiano le antipatie. Hamilton si crede decisamente il caposquadra, tanto che costringe tutti a chiamarlo "Sir". Con alcuni sottoposti esagera terribilmente, facendosi addirittura chiamare "Sire".
Scherzi a parte, qui c’è da essere severi come il preside del collegio. Pole position, prime curve al comando, passo per vincere e affidabilità sufficiente per arrivare al traguardo: la ricetta era completa, mancava soltanto qualcuno capace di non rovinare il pranzo. La gestione dei piloti, invece, è stata un disastro, di quelli che fanno convocare i genitori e sospendere la ricreazione. Perché quando hai tutte le carte in regola per vincere e riesci comunque a complicarti la vita da solo, qualche domanda bisogna pur farsela. Stando così le cose, a Maranello possono puntare soltanto al Mondiale dei Litigi. E lì, almeno, la doppietta sembra assicurata.
McLaren, voto 5: Ed eccoci qua: una prestazione così brutta da poter essere usata come rimedio per il singhiozzo. Piastri in qualifica ha girato con l’aria di chi cerca parcheggio, mentre Norris ha provato a salvare il salvabile, salvo scoprire che sui rettilinei la sua McLaren aveva la baldanza di un tapis roulant. Una malinconia motoristica difficile da spiegare, soprattutto per una squadra che fino a ieri faceva paura. Eppure siamo nella terra dei luchadores e dei teschi dipinti a festa, dove la maschera è una cosa seria. In mezzo a tanti travestimenti, i più convincenti sono stati proprio loro: i più lugubri della griglia, e senza nemmeno un filo di trucco.
Red Bull, voto 10: Ma che musica, maestro! Sempre lui, sempre loro, responsabili di queste due ore di cartonatura natiche. Che gli vogliamo dire? Sono i più svegli, i più ispirati, quelli che nelle giornate complicate riescono a spremere sangue dalle rape. Perché la Ferrari, diciamocelo, aveva più passo, ma Verstappen e compagnia hanno saputo compensare con astuzia, mestiere e una lucidità quasi irritante. Giù il cappello, ancora una volta.

Haas, voto 6: Quando li ho visti strappare il cartellone di Ocon dal box, ho pensato subito alla damnatio memoriae. Venerdì ti fanno girare, sabato ti cancellano dalle pareti. Nell’antica Roma, almeno, aspettavano che l’imperatore fosse morto. Al suo posto Hirakawa, tanti saluti e amici come prima. Intanto Bearman, che quest’anno ha portato a casa i risultati, è ancora lì a discutere il rinnovo. Curiosa la distribuzione dei premi: uno prende milioni e il benservito, l’altro due dita negli occhi. Credevo che già il futuro in Ferrari fosse una punizione sufficiente.
Alpine, voto 5: Dopo una qualifica incoraggiante, i due sono andati a dormire con addosso soltanto due gocce di Chanel N°5, come Marilyn nelle grandi occasioni. La domenica è andata persino meglio: una bella gara, qualche sportellata con le Racing Bulls e un doppio arrivo a punti che li ha fatti scendere dalle monoposto col sorriso di Buzz Lightyear. Verso l’infinito e oltre, ma non oltre la direzione gara. Due penalità hanno mandato in fumo la festa, trasformando il profumo francese in una gran puzza di bruciato. Briatore ha accolto la notizia con un curioso tremolio dell’occhio, poi ha chiesto ai commissari se per i clienti abituali fosse almeno previsto uno sconto.

Audi, voto 6: Per renderlo più grintoso alla ripartenza, qualcuno ha pensato bene di versare nella borraccia di Hulkenberg un’acquavite messicana dal nome rassicurante: Torriente de Fuego. Al primo sorso, una sciabolata allo stomaco. Nico ha cominciato a vibrare come un missile sulla rampa di lancio di Cape Canaveral, poi gli è uscito fumo dal naso e dalle orecchie, finché, in preda a un’estasi mistica, ha visto la Madonna di Lourdes seduta al posto di Bearman. A quel punto, anziché frenare, si è precipitato a renderle omaggio, centrando in pieno la Haas alla seconda ripartenza. A Ingolstadt hanno deciso di tornare all’acqua minerale. Liscia, naturalmente, perché con le bollicine non si sa mai.
Racing Bulls, voto 8: Lindblad stava mettendo insieme una gara coi fiocchi. Con questo motore Ford andava davvero molto fort (sì, l’ho detto davvero), almeno finché Piastri non ha pensato bene di timbrargli la fiancata. Lawson, invece, ha affrontato la domenica a colpi di smadonnamenti in neozelandese, risalendo dall’ultima posizione con la furia di chi ha parecchi conti in sospeso. A dargli una mano ci hanno pensato anche i commissari, che distribuendo penalità agli avversari lo hanno accompagnato fino al settimo posto. Mi auguro che il rebus del rinnovo si sciolga presto, perché se c’è uno che merita una possibilità concreta in Formula 1 è proprio lui. E sarebbe ora di smetterla di fargliela sudare come un permesso premio.
Williams, voto 5: Un altro Gran Premio passato a invecchiare nel sottobosco, lontano dai riflettori e dalle soddisfazioni. Ma è mai possibile che una scuderia con una storia così, un motore così e tecnici di tutto rispetto non riesca ad azzeccare una vettura con continuità? Sono dieci anni che a Grove cercano la quadratura del cerchio e, a furia di girarci intorno, hanno consumato pure il compasso. Che intervenga l’ONU, anziché occuparsi di questioni trascurabili.

Aston Martin, voto 2: Sei giri a testa. Giusto il tempo di scaldare le gomme e salutare il pubblico. Il telaio e l’aerodinamica hanno fatto passi avanti apprezzabili, ma Honda continua a essere un disastro di proporzioni industriali. Quando entrambe le vetture si sono piantate, Newey ha voltato lentamente lo sguardo verso il tecnico giapponese, che ha ricambiato con un sorrisetto a tutta mandorla. Nessuno ha detto una parola.
Cadillac, voto 10: In occasione del Gran Premio di casa, Sergio Perez si è presentato accompagnato dalla moglie Belle. Belle Perez, donna di fascino e di forme assai generose. Lei è alta e quando abbassa lo sguardo gli vede la chierica. Lui, all’altezza del naso, trova invece sempre un buon motivo per sorridere. Per consolarsi dalle miserie della domenica, Sergio aveva deciso di fare il brillante e offrire alla consorte una cenetta coi fiocchi. Peccato che i ristoranti migliori fossero tutti esauriti, costringendo la coppia a ripiegare su un’affollatissima trattoria di terz’ordine. Sergio servilmente fa accomodare la signora con un "prego", le sposta la sedia troppo indietro e quella va a pavimento con un ululato. E dopo una stagione senza un posto a tavola, almeno questo 10 glielo apparecchiamo noi. De nada, Sergio.
