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Il Pagellone

Il Pagellone del Gran Premio d’Austria

By Pasquale Panarelli29 giugno 2026
Il Pagellone del Gran Premio d’Austria

Austria. L’unico Gran Premio davvero alpino del calendario. Un catino d’asfalto incastonato tra i monti della Stiria, con prati, boschi e strade strette e tortuose abbarbicate su un paesaggio da piccolo Eden.

Eppure, come spesso accade agli austriaci, le dimensioni ingannano. Perché la Formula 1 da queste parti ha prodotto personaggi grandi come paesi: Jochen Rindt, Niki Lauda, Gerhard Berger.

Il Red Bull Ring è un po’ così: corto, essenziale, quasi spartano. Tre rettilinei, poche curve e ancora meno scuse. Un circuito che non concede riparo e che, tra saliscendi e staccate violente, riesce sempre a separare chi corre da chi semplicemente partecipa.

Questo è il Pagellone di Hammer Time.

Mercedes, voto 9: Un monologo a tinte british per la vittoria, giusto in tempo per presentarsi al meglio all’appuntamento britannico della prossima settimana. Russell domina e, per una volta, relega Antonelli al ruolo di garzoncello dell’albergo. In ogni caso fa sorridere come una pole (discussa) e una vittoria (risicata) siano bastate a restituirgli, al netto dei quaranta punti di ritardo in classifica, un ego da Fabrizio Corona in tuta da corsa. Ora tocca mantenere la tostatura per il resto della stagione.

Per Kimi arriva invece una P3 di corto muso. Capisco la piccola delusione, ma con la macchina che ha e il talento che ha, potrebbe forse concedersi qualche sorriso in più. Pare che il reparto marketing abbia già assunto per lui un addetto al solletico.

Ferrari, voto 5: Il momento più gagliardo del week-end? La battaglia Hamilton-Verstappen. Grinta, classe, ruota a ruota – roba da far rizzare i capelli. A fine gara l’olandese ha rivelato che Sir Lewis volesse assolutamente una foto con lui e che lo avesse addirittura implorato. Hamilton ha ribattuto che la Ferrari non implora mai. Affonda con dignità, piuttosto.

Domenica tutta in salita per Carletto, uno che ha immolato la sua carriera alla scalata. Eh già, perché Leclerc in Ferrari ne ha passate davvero tante, diciamo che ha vissuto più vite di qualsiasi vampiro. Solo il tempo dirà se questo ennesimo rinnovo equivale a un paletto di frassino alle sue ambizioni iridate.

McLaren, voto 7: Finalmente una buona prestazione per Piastri, che così lenisce un po’ i dolori del giovane Webber – citazione per i tre appassionati di Goethe che seguono questa rubrica. Il talento dell’australiano resta però un bel mistero: basta un nonnulla, una folata di vento per fargli cambiare direzione, girando su se stesso come quei galletti segnavento piazzati in cima ai comignoli. E questa instabilità, a tratti, sembra contagiare l’intero box papaya, dove pare impossibile far sorridere entrambi i piloti contemporaneamente: quando uno vola, l’altro si appisola. Bah!

Red Bull, voto 8: Per citare un vecchio spot, 3 is the magic number. Verstappen ieri non ha guidato la sua RB22: l’ha indossata. P2 pesantissima, giri veloci sparati come fuochi d’artificio e un duello con Hamilton che ha restituito per qualche istante il profumo delle grandi annate. Confesso però che, quando l’ho visto buttarsi all’esterno del Sir, ho trattenuto il respiro. È una manovra altamente sconsigliata e da quelle parti si entra a proprio rischio e pericolo, un po’ come lanciarsi in un corteo femminista con la t-shirt "Donna nana, tutta tana". L’ha fatto lo stesso. E mentre Hamilton ancora ci pensava su, Max era già altrove. Che grinta.

Haas, voto 4: Gara da sonni profondi per il team USA. Strategia nella media: né troppo aggressiva né troppo conservativa, né troppo anticipata né troppo attendista. Parlo come Riccioli d’Oro, lo so: la pappa non troppo calda, la sedia non troppo dura, eccetera eccetera. Peccato che, alla fine, la favola si sia trasformata nel secondo Gran Premio consecutivo senza raccogliere nemmeno un punto. Il vero problema, però, è una vettura smunta come poche. La VF-26 era così lenta in rettilineo che nello sprint 0-100 km/h riusciva a esprimere punte entusiasmanti di 80. Quando Bearman ha chiesto più potenza, dal box hanno scosso la testa e gli hanno suggerito di sfruttare meglio le discese. Che disastro.

Alpine, voto 4: Non mi aspettavo gli Alpini così in affanno. Colapinto, in particolare, non ha mai trovato il ritmo della concorrenza e, quel che è peggio, nemmeno quello del compagno di squadra. Strano destino per uno che, dopo le recenti dichiarazioni di Briatore, sembra godere di tutte le attenzioni del team. Pare infatti che il dirigente piemontese gli abbia fatto realizzare un sedile in carta vetrata, l’ennesima buona azione per metterlo a suo agio. Che abbiano già preparato il benservito per il 2027? Bah. Di certo, quando circolano certe voci, anche un semplice pit-stop comincia ad avere il sapore di un colloquio con le risorse umane.

Audi, voto 5: Ma no! Ma sì. Ma va? Per combattere il logorio della vita moderna, il team di Binotto pare essersi fermato in Austria, disperso tra i prati della Stiria alla ricerca di funghi per la zuppetta della sera, con la vista sul rifugio e qualche capretta a brucare placidamente accanto al vialetto. Il problema è che, mentre loro si dedicano alla vita bucolica, il resto della griglia continua a correre. Bortoleto mette in cascina il possibile, Hulk limita i danni, ma la sensazione è quella di una squadra ancora in gita scolastica più che in piena rivoluzione tecnica. Speriamo che, per il prossimo futuro, l’ingegnere italiano si dedichi un po’ più alla macchina e un po’ meno alla macchia. Perché il panorama è splendido, ma i punti non crescono nei boschi.

Racing Bulls, voto 8: Da Faenza piazzano sul fuoco l’ennesima gara tutta superlativi. Lawson aggredisce e convince, tenendosi stretta la corona di Primo degli Altri, dimostrando ancora una volta di essere stato probabilmente giudicato con troppa fretta. E un po’ dispiace vederlo vivere in questo precariato permanente targato Red Bull, dove ogni week-end assomiglia a un rinnovo di contratto. Liam però incassa, restituisce e continua a stare in piedi fino ai titoli di coda, portando a casa gran risultati. Se la carriera da pilota dovesse prendere una brutta deriva, lo consiglierei nel ruolo dello sfidante per il prossimo film di Rocky.

Williams, voto 3: Uscita dall’ultima curva, quarta, quinta, sesta marcia e… saremo di nuovo da voi dopo un breve intermezzo pubblicitario. Che peccato. Già la vettura di Grove non è esattamente una gazzella tra i cordoli, se poi a portar vasi a Samo ci si mette anche la batteria Mercedes, il quadro è completo. Che grana, che periodo per Carlitos. Scendendo dalla vettura l’ho visto più demoralizzato di un tifoso di Stroll. Dai, vecchio Matador, tieni duro: prima o poi il toro smette di rincorrerti e comincia a incornare qualcun altro. Arriveranno tempi migliori!

Aston Martin, voto 1: Nonostante le insistenti raccomandazioni di Studio Aperto, c’è un anziano che continua imperterrito a non rispettare gli orari più freschi della giornata. A un certo punto l’ho visto aggirarsi sul podio e ho pensato fosse Alonso; poi ho strizzato gli occhi e ho capito che era Ecclestone. Peccato, perché le occasioni per stare lassù rischiano di diventare più introvabili di Waldo nelle sue vignette. E vedere Fernando arrancare con questa Verdona fa un po’ l’effetto di vedere un alpinista con le infradito: ammirevole la tenacia, discutibile l’attrezzatura.

Cadillac, voto 1: Con questo caldo, anche i vecchi sono bruciati come la gioventù. Ai piloti si sono poi aggiunti i freni, che già al giro 5 hanno deciso di staccare dal turno e andare a cercare un po’ di refrigerio. Insomma, una gara durata meno di un padrenostro: l’ennesima magra figura per una monoposto decisamente poco indicata per chi tifa col sombrero sulla zucca.

FIA, voto 0: Alé, altro giro, altra corsa. Via alla musica, stop alle telefonate. Al sabato c’erano tutti: Sherlock Holmes, Padre Brown e Don Matteo, ma niente da fare. Qualcuno rallenta, qualcuno rinuncia al tentativo, qualcuno festeggia la pole. Tutto regolare, dicono loro. Il problema è che, ormai, per interpretare certe decisioni servono più detective che commissari. E quando la giustificazione viene snocciolata, è puntualmente la solita spazzatura arruffapopolo. Non proprio il massimo per chi pretende di rappresentare il vertice dell’automobilismo mondiale.

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