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Interviste

Guido Schittone, il racconto di una vita: la nostra intervista esclusiva a una colonna del giornalismo italiano

By Jacopo Mandò13 luglio 2026
Guido Schittone, il racconto di una vita: la nostra intervista esclusiva a una colonna del giornalismo italiano

La Formula 1 non la commenta più da molti anni, ma continua a osservarla con lo stupore di un bambino e la memoria di chi ne ha conosciuto grandezza, tragedie e trasformazioni.

Quando entra in sala stampa saluta tutti, nessuno escluso: è il gesto naturale di chi non ha mai davvero lasciato quel mondo.

Guido Schittone, classe 1955, ha ancora l’energia di chi si accende davanti a un motore, si muove nel paddock come a casa propria e riconosce l’entusiasmo quando se lo trova davanti. Ha attraversato tre epoche: la Formula 1 sognata da ragazzo, quella vissuta accanto ad Ayrton Senna e quella che oggi osserva da spettatore esperto.

La preferita? Forse nessuna, forse tutte. Perché, in fondo, bastano quattro ruote e un circuito.

Oggi lei commenta tante gare diverse rispetto a quelle che commentava in passato. Si trova bene in questo ruolo, che ormai ricopre da diversi anni?

"Direi di sì. Sono sempre stato abbastanza versatile: anche quando seguivo la Formula 1, la domenica successiva potevo ritrovarmi ad altre gare. Per me non è mai stato un problema, perché la passione per le auto non è stata costruita artificialmente: è qualcosa di epidermico, quasi endemico. La fatica è più fisica che mentale. Ci sono week-end pesanti, anche perché spesso non abbiamo pause: passi dal GT Endurance alla Formula 4 e devi cambiare registro subito. Però mentalmente non mi pesa, proprio perché mi occupo di motorsport a 360 gradi".

C’è una categoria, tra quelle in cui lavora oggi, che le piace più delle altre?

"Io vengo dal mondo delle formule, quindi per me le formule sono sempre davanti a tutto. Poi c’è la Porsche, sia a livello affettivo sia professionale. È un rapporto che dura dal 2007, dalla prima gara della Carrera Cup".

Tra i tanti giovani piloti che vede da vicino, ce n’è qualcuno che immagina un giorno in Formula 1?

"Per ora no. In Formula 4 non vedo ancora quel talento cristallino, anche se è presto per giudicare: molti sono al primo anno. Oggi i piloti girano tantissimo e, con così tanto lavoro alle spalle, le differenze si assottigliano. Capire chi abbia davvero qualcosa in più non è semplice. Ci sono nomi interessanti, come Costoya o Aksoy, ma al momento non vedo profili del livello di Antonelli o Bearman. Magari emergeranno più avanti".

Non le manca commentare la F1?

"Come commentatore no, è un capitolo chiuso: che sia Formula 4 o Formula 1, il mestiere resta lo stesso. Mi manca invece l’atmosfera della Formula 1 di una volta: oggi la trovo troppo autoreferenziale e distante dalla realtà. Dovrebbe tornare con i piedi per terra. Un ambiente che continuo ad apprezzare è quello del WEC. Sono tornato a Le Mans dopo nove anni e mi sono ritrovato benissimo: cambiano piloti e generazioni, ma Le Mans resta sempre una gioia".

Si può dividere la sua Formula 1 in tre momenti: quella vista da bambino, quella vissuta da giornalista e quella di oggi, da spettatore. Quale preferisce?

"Quella da bambino fa parte di un’Arcadia sentimentale. Quando sei piccolo, anche ciò che non conosci diventa mistico. Ricordo ancora l’emozione delle prime gare a Monza e del Gran Premio di Monaco del 1974, quando la Formula 1 era molto più vicina alla gente. Poi arrivò il lavoro: dagli anni Settanta fino al 2001 l’ho seguita da cronista e inviato, vivendo da dentro un’epoca straordinaria. Oggi, invece, se vado in autodromo preferisco lavorare. Faccio un’eccezione solo per Le Mans, che per fascino e atmosfera resta una delle corse più speciali al mondo, insieme forse a Indianapolis e Monaco".

La Triple Crown.

"Già".

Un aneddoto su Kimi Antonelli?

"L’ho conosciuto da bambino, perché sono amico del papà. Kimi veniva spesso in telecronaca con me durante la Porsche Carrera Cup Italia. Mi rompeva le scatole per vedere le corse, stava sempre lì. Con il papà e alcuni suoi amici lo abbiamo portato anche le prime volte sul kart. Si capiva già. Ricordo un episodio a Pinarella di Cervia: sbagliava una curva, la chiudeva troppo presto. Il papà lo fermò, gli indicò il punto di corda perfetto e dopo un giro Kimi aveva memorizzato tutto. Aveva sette, otto anni. Quando un bambino memorizza così il gesto tecnico, capisci che ha potenzialità".

C’è qualcosa del Kimi bambino che ritrova ancora nel Kimi di oggi?

"L’entusiasmo. Secondo me sta vivendo nel paese dei balocchi, quello che ha sempre sognato di frequentare. Mi hanno raccontato che di ritorno dal Gran Premio del Giappone dovevano andarlo a prendere all’aeroporto di Bologna. Lui ha chiesto un attimo, perché aveva visto un simulatore. Era reduce da un viaggio lunghissimo, stanco, dopo un Gran Premio importantissimo. Eppure vede il simulatore e si mette a giocare. Poi è uscito dall’aeroporto su una Panda con il suo migliore amico. Questo dice che è rimasto quello di un tempo".

Hamilton, con la Ferrari, è tornato al successo. Ha visto la gara?

"Sì, certo. È stato assurdo perché la chiusura della 24 Ore di Le Mans coincideva con quella del Gran Premio. Da una parte Toyota, dall’altra Hamilton. Avevo un occhio sulla pista di Le Mans e l’iPad davanti per seguire la Formula 1. Sono stato felice. Hamilton aveva bisogno di capire la squadra, di essere compreso dalla squadra e di avere una macchina capace di entusiasmarlo. Più vai avanti con l’età, più hai bisogno di stimoli. Se non li trovi, fai il tuo compitino. Se invece senti che la macchina può offrirti qualcosa, allora il pilota torna a fare la differenza. Stiamo rivedendo il vero Hamilton. La Formula 1 ritrova un protagonista che in molti avevano pensionato. Ma non era una questione di pensione: era una questione di stimoli e di lavoro dentro la squadra".

Può lottare per il Mondiale?

"Adesso non so, bisogna vedere. Non credo che la Ferrari sia ancora al livello della Mercedes, al di là del risultato ottenuto in Catalogna. Però la vedo molto più vicina rispetto al passato".

Il Motorsport non è sempre stato tutto rose e fiori. Lei ha vissuto anche l’incidente mortale di Ayrton Senna.

"Sì, ma non lo commentai, perché la telecronaca era targata Rai. Io ero inviato di Mediaset, per Grand Prix. Eravamo comunque in Formula 1 anche quando non avevamo le telecronache. Furono tre giorni durissimi. Io ci metto dentro anche Ratzenberger e Barrichello: Barrichello lo vedemmo proprio in diretta, dalla tribuna alla Variante Bassa, con Franco Nugnes, Alberto Sabbatini e Pino Allievi. Tirò una botta incredibile. Fu miracolato. Poi Ratzenberger. Poi Ayrton. Era un week-end strano, con nubi psicologiche minacciose. C’era un’atmosfera diversa. Chi frequentava la Formula 1 capì subito che si era chiusa un’epoca. Io ebbi il coraggio di annunciare la morte di Senna ai piloti che rientravano in parco chiuso, quando non era ancora stata comunicata. Christian Fittipaldi mi chiese: «Ma Ayrton? Cos’è successo?». Io lo guardai e scossi la testa. Vidi Michael Schumacher quasi disperato. Al Gran Premio successivo Michele Alboreto mi disse: «Guido, la nostra generazione è finita. Da oggi ci sarà un’altra Formula 1». Ed è stato davvero così. Dopo Senna è cambiato tutto. Senna, però, era così: poteva uscire dalla penna di Jorge Amado, con tutte le sue contraddizioni e le sue asperità psicologiche. Però era una calamita. Era ipnotico".

Oggi, quando vede un incidente, reagisce in modo diverso rispetto al passato?

"No, le emozioni sono sempre le stesse. Avendo anche corso, non do mai nulla per scontato, soprattutto sulla sicurezza. Sono sempre sul chi va là. È una cosa che non sottovaluto mai, né nelle corse né nelle telecronache. Mi preoccupo prima del via. Non per la telecronaca, ma per la loro partenza. Poi si parte e faccio il mio lavoro. Però do grande importanza al fatto che «Motorsport is dangerous». A Le Mans, di notte, sono andato in giro. Vederli entrare alla Tertre Rouge è impressionante. Pensare che hai un rettilineo dove sfiori i 350 km/h, con gli alberi ancora di fianco, su un circuito stradale, ti fa dire: questi sono veramente matti. Però io, al loro posto, lo farei. Mi piacerebbe. È un sogno da ex pilota dilettante: Le Mans è un’esperienza unica".

Le piace il cinema: quale film sarebbe perfetto per raccontare un finale di stagione 2026 di Formula 1?

"Ci sto pensando, perché ce ne sono tanti. Credo i film di McDonagh… «Tre manifesti a Ebbing, Missouri». Mi piacerebbe un finale del genere".

C’è una gara della Formula 1 moderna che le sarebbe piaciuto commentare da telecronista?

"Sì. Quando hanno letteralmente rubato il titolo ad Hamilton ad Abu Dhabi. Forse è stato un bene che non ero io a commentarla: mi avrebbero cacciato. Con tutto il rispetto per Verstappen, che oggi giudico il punto di riferimento".

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