Giappone, a Leclerc il titolo di Hammer of the Day

"Quando sembra tutto fermo, la tua ruota girerà"
C’è qualcosa di profondamente stonato nel dover ricordare a Charles Leclerc che il suo momento arriverà.
È stonato perché non lo si dice a un debuttante, ma a chi ha già stretto tra le dita il sapore della vittoria e di quei trofei che avrebbero dovuto essere solo l’inizio di un palmares inarrestabile.
Eppure, eccoci ancora qui: Leclerc si ritrova tra le mani una vettura che non è la più competitiva in griglia, né qualcosa che le si avvicini a sufficienza per lottare per la vittoria.
C’è un enorme "ma", tuttavia.
Grande quanto il suo talento.
La Formula 1 odierna non è più velocità pura, attacco e limite fisico. Non è nemmeno quel "racing vero" di cui parla Toto Wolff.
È diventata un esercizio di gestione, calibrazione e tattica energetica, un paradosso che impone di trattenere il piede destro e centellinare l’elettrico, trasformando i piloti in ragionieri.
Tutto ciò che la Formula 1, dal 1950 a oggi, non era mai stata.
Ma il monegasco non ci sta.
Sorpassa, si arrabbia, allunga la staccata oltre ogni limite ragionevole e trattiene alle sue spalle una monoposto nettamente superiore.
Si prende un podio che, sulla carta, non avrebbe nemmeno dovuto vedere. Passano gli anni, ma Charles non accetta la parte della comparsa. Correre, divertirsi, vincere: rimane questa l’ossessione che muove il numero 16.
Quel sorpasso su George Russell è l’azione più racing che si potesse immaginare in un campionato che di racing ha conservato pochissimo.
In quel momento non c’è stata gestione, solo istinto: la scelta di andare dove l’energia delle batterie non arriva, ma dove arriva lui. Sempre.
In Giappone non ha vinto la Ferrari e non ha vinto Leclerc. Ma correre in quel modo – con quelle che Bryan Bozzi ha definito, a ragione, "due palle d’acciaio" – vale quanto e forse più di un trofeo. Vale più del "racing" decantato dalla FIA in questa stagione.
Vale, semplicemente, vincere sul serio contro la mediocrità del regolamento.
E allora, caro Charles, tranquillo davvero:
"Quando la ferita brucia, la tua pelle si farà".