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Daily News

Audi, Wheatley ai saluti anche per pesanti attriti con Mattia Binotto

By Tommaso Scarabello20 marzo 2026
Audi, Wheatley ai saluti anche per pesanti attriti con Mattia Binotto

Nonostante le smentite di rito arrivate nelle ultime ore sia da parte di Audi che di Aston Martin, il passaggio di Jonathan Wheatley alla corte di Lawrence Stroll appare ormai come un esito quasi inevitabile, spinto da una frattura interna che la testata tedesca BILD – da sempre molto vicina alla Casa di Ingolstadt – definisce insanabile.

Al centro della tempesta ci sarebbe, al contrario di quanto emerso inizialmente, una profonda spaccatura tra il manager inglese e Mattia Binotto, una collisione di visioni su aree specifiche della gestione sportiva che avrebbe reso la convivenza a Neuburg ai limiti del sostenibile.

La struttura di co-leadership, pensata per bilanciare l’anima tecnica dell’ex ferrarista e quella operativa dell’uomo venuto da Milton Keynes, ha finito per generare uno stallo decisionale che la squadra non può permettersi in questa fase cruciale del 2026.

I dettagli emersi descrivono un Wheatley desideroso di tornare in Inghilterra per motivi familiari ma anche per ambizione professionale, dato che in Aston Martin avrebbe finalmente il comando assoluto che la convivenza con Binotto gli preclude.

Persino il CEO di Audi, Gernot Döllner, pur definendo la coppia capace di lavorare, non la considera più la soluzione ideale e vedrebbe in un addio del britannico l’opportunità per semplificare i processi interni.

In questo senso, la partenza di Wheatley verso Silverstone non viene più letta solo come un colpo di mercato di Adrian Newey per stabilizzare la squadra, ma come una mossa necessaria per risolvere un’impasse politica.

È una situazione che ricorda molto da vicino quella che si consumò in Ferrari durante l’era di Maurizio Arrivabene, quando la convivenza forzata tra la gestione sportiva e l’anima tecnica dell’allora direttore tecnico Binotto portò a una paralisi decisionale e a costanti diatribe interne.

Anche in quel caso, la struttura di co-leadership finì per trasformarsi in un campo di battaglia politico dove le visioni divergenti minarono la serenità del box e i risultati in pista.

Oggi come allora, la storia sembra ripetersi con lo stesso identico epilogo.

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